Lo que el viento se llevó, el mismo viento lo trae (waferkya) wrote,
Lo que el viento se llevó, el mismo viento lo trae
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e valeva la pena di perderci un secolo in più.

Di quella volta in cui ho incontrato tre volte uno sconosciuto del quale non mi sarebbe dispiaciuto scoprire la marca delle mutande. È una roba talmente rilevante che ho scomodato persino De André.

Mi accorgo di lui perché è biondo, e alto, e quella zazzera color miele scuro sbuca al di sopra delle altre teste che ha intorno; è fermo alle porte in fondo al vagone, mezzo nascosto dietro un signore di mezza età che giochicchia a Fruit Ninja—riconosco gli effetti sonori, grazie tante—sul cellulare.

Il treno riparte senza grazia, stridendo e sbuffando e spero che il genio che ha progettato questi vagoni di merda si sia reincarnato in un vampiro emofobico; testa di cazzo. Il palo a cui mi mantengo è caldo e, boh, è una roba che oggettivamente fa schifo. Prendiamo una curva, e pure alla strabiliante velocità di trenta chilometri all’ora la busta tra i miei piedi si inclina, sbatacchia, insomma oggi non c’ho un attimo di pace, niente di nuovo.

Il telefono nella borsa squilla per avvisarmi che è arrivato un messaggio, e pure stavolta nessuno alza la testa di scatto, guardandosi attorno con gli occhi sgranati e luccicosi per la commozione perché ha riconosciuto i cigolii di R2-D2. Sarà per la prossima.

Non ho la minima intenzione di azzardarmi a ripescare il cellulare, comunque, ché già faccio fatica a tenere tutti i lembi del mio corpo apposto e ma perché ho dormito così poco, stanotte? Ah, già, Kirk, McCoy, ragioni valide. (Peraltro, un corpo non ha lembi; limbs, semmai, ma le metafore sono una bella cosa e non sta scritto da nessuna parte che non possano derivare da disordini linguistici. Ok.)

Raggiungiamo la prima fermata, intanto, e inaspettatamente si libera un posto a sedere nelle mie immediate vicinanze e non so bene chi ringraziare, l’ignoto occupante è svanito senza lasciare un numero di telefono, un indirizzo dove far recapitare fiori e cioccolatini; comunque mi ci piazzo, e non c’è nessun cittadino ultra-ottuagenario che scivola tra le porte che si richiudono, per cui il posto è mio e me lo posso addirittura tenere.

Il cellulare trilla di nuovo—o è Whatsapp o è la Tim che vuole vendermi qualcosa o è la Tim che vuole vendermi qualcosa via Whatsapp—e, ok, ok, mo’ lo cerco. Ficco una mano nella tracolla, ravanando tra chiavi e cuffie e tre libri diversi e i resti di qualche centinaio di penne e una miniera di bobbypins—forcine, sì—e insomma, il cellulare manco lo trovo.

Però intanto mi passa davanti qualcuno, ed è il biondo dell’angolo, che sta andando a piazzarsi con la schiena contro il palo dove mi stavo reggendo io prima. Che, ok, è l’unico palo vicino alle porte e non incorporato nei sedili, d’accordo.

Il cellulare mi salta in mano, ma sono distratta a scrutare il biondo; magari è solo per via della prospettiva, dato che lo sto guardando da sotto in su e la parte di lui su cui ho la miglior visuale è la mandibola, ma somiglia un po’ a Ballack. Solo che è biondo, e seriamente pallido—insomma, è un Ballack tedesco vero.

Mi spiccio a tirar fuori il cellulare e fingere di stare badando a quello che c’è sullo schermo, così posso ridacchiare quietamente da sola senza riempire lo spazio circostante di invisibili vibrazioni di ‘ATTENZIONE, PSICOPATICA CON UN SENSO DELL’UMORISMO DEL CAZZO A ORE DODICI’.

Altra fermata, ancora nessun senex cui cedere il prezioso posto a sedere, e Ballack non scende. Gli butto un’altra occhiatina perché i due trilli del cellulare erano SMS di gente che n’c’ho voglia di calcolare—sì, se non faccio un pensiero in simil-romanesco ogni due ore mi sento male—e, insomma, A+++++++. Ballackolismi a parte, si lascia guardare; io mi sento sempre un po’ scema ad appassionarmi alla gente incontrata random, ma d’altra parte appassionarmi alla gente incontrata random è il mio passatempo preferito, quindi suppongo che, con una non indifferente forzatura del sillogismo, sentirmi un po’ scema sia il mio passatempo preferito.

Quantomeno ho una colonna sonora che spacca culi, tiè; alla compagna di viaggio, i suoi occhi, il più bel paesaggio, fan sembrare più corto il cammino.

Che poi più che gli occhi, che non vedo e non ho intenzione di cercare perché se mi becca che lo sto guardando potrei scoppiare d’imbarazzo—più che gli occhi, dicevo, Biondollack mi sta distraendo dall’essere un’umana senziente e razionale con la stupida drittezza del suo torso. Ha addosso un maglioncino sottile, bianco, un po’ largo, e sopra una felpa nera sbottonata e il punto è che gente così dovrebbe andare in giro con le toghe, amplissime e benedette, perché qualunque sia la spirale di DNA che ha deciso il disegno dei suoi fianchi meriterebbe un Nobel per la Pace.

Non sto particolarmente arrota io, almeno non credo, non dovrei; Biondollack è proprio dritto dritto dritto, di schiena e di fianchi e di gambe. E poi è biondo, e vicino, e ehi, mi piacciono pure le sue scarpe.

Quattrogiornate, e Biondollack non scende. La signora seduta accanto a me, che è salita una fermata fa, quasi si svita la testa per quanto torce il collo tentando di leggere il nome della stazione alle sue spalle, e le dico, «Quattrogiornate». Lei sospira, si tranquillizza, mi ringrazia, ma non si mette a raccontarmi la storia della sua vita, né tenta di sistemarmi con uno dei duecentomila nipoti scapoli che sicuramente ha, e un po’ ci rimango male.

Salvator Rosa, e Biondollack non scende ma si sposta accanto alle porte e allora dici, scenderà a Materdei.

Materdei, e Biondollack non scende.

È ancora ridicolmente dritto e bello e sto cominciando a pormi domande da cui dovrei tenermi lontana, tipo se magari il tedesco lo sa e se ha comprato quelle Adidas perché gli piacevano o per boicottare la Nike, se gli piace il tofu e se preferisce i condomini di vetro e acciaio moderni o i vecchi palazzoni di tufo, e quasi cedo alla tentazione di mandarmi un messaggio da sola, per vedere se perlomeno lui è un giovanotto acculturato. Cose inoffensive, perlopiù.

Alla fine mi ricordo che devo scendere. Mi alzo, recupero la busta, mi sistemo a distanza di sicurezza dalla schiena dritta dritta dritta di Biondollack. È un rettangolo, giuro, che se lo metti sdraiato da una parte puoi giocargli a biliardo sulla schiena, e questa è un’immagine mentale che non mi dispiace per niente, anche se sono tipo le undici e mezza della mattina.

Fortuna che non sono nata uomo.

Il treno rallenta sfrigolando—dopo un po’ ci fai l’abitudine, alle urla strazianti di dolore che emette scivolando sulle rotaie—e poi si ferma di scatto e Biondollack, con tutta la drittezza del mondo, e con tutto che ha il portamento di uno serio serio e esperto della vita e tipo che ti fermerebbe un proiettile a mani nude senza battere ciglio, traballa, perde l’equilibrio, si affloscia da una parte.

Cento punti per la mia mano sulla sua spalla, ma faccio in tempo giusto a farfugliare qualche minchiata inutile che dobbiamo scendere—perché figurati, Biondollack scende qua.

Scappo, perché finché si tratta di interazioni immaginarie con gli estranei sono brava e curiosa e brillante quanto mi pare ma poi nell’ottantatré percento dei casi mi trasformo un giganterrimo #NOPE, e ci metto un momento a ritrovarmi—e a ritrovare la scorciatoia che non porta ai funghi ma alla ssssssegretisssssssima sssssssscala per cambiare linea della metro.

Seduto sull’ultimo gradino c’è un tizio che canta mmmmmaaaaaare, profumo di maaaaaaare. Noia, questa sconosciuta.

Sul binario c’è Biondollack.

Sul treno si è radunata, a occhio e croce, l’intera popolazione della provincia di Napoli, e i dieci minuti tra Cavour e Garibaldi—lol, le ironie della topografia—li trascorro A) in apnea; B) in trance; C) nel terrore di non riuscire a scendere perché sono finita pigiata in mezzo al vagone.

Per fortuna, come arriviamo in stazione l’intero treno si riversa sulla banchina; potevo aspettarmelo.

Tre rampe di scale e duecento metri in corsa frenetica più tardi, scopro di aver perso il treno per qualcosa come cinquanta secondi—mi sa che ne vedo il culo allontanarsi in fondo ai binari.

M’avvio sconsolata verso la Feltrinelli—o il bar subito accanto, dipende da quanto tempo fa hanno sfornato le sfogliatelle—, e Biondollack mi passa accanto, camminando nella direzione contraria.




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#GOODGODMAN
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